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Friday, 09 August 2019 10:20

La Fille su bracelet, recensione: processo a una generazione Featured

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La Fille au bracelet terzo lungometraggio di Stéphane Demoustier con Mélissa Guers, Roschdy Zem e Chiara Mastroianni presentato in Piazza Grande a Locarno 72

 

Ci deve essere stato un momento in cui abbiamo perso l’innocenza, ma non abbiamo ancora capito quando. O, forse, ci siamo sempre illusi di esserlo stati un tempo, quando invece innocenti non lo siamo stati mai. Quando a sedici anni non provi emozioni - che siano gioia, dolore, crudeltà o amore - allora qualcosa è andato perduto definitamente. Se mai ci fosse stato.

Lisa ha sedici anni quando viene accusata di aver ucciso la sua amica del cuore: lei è stata l’ultima ad averla vista, prima che la ragazza venisse ritrovata dalla madre morta con una serie di pugnalate. Lisa la conosciamo quando una mattina la polizia arriva ad arrestarla nella spiaggia in cui sta giocando con i genitori e il fratellino. Lei non dice una parola, non protesta, ma s’infila la maglietta e segue passiva i poliziotti. Due anni dopo Lisa è agli arresti domiciliari e i suoi movimenti sono controllati dal braccialetto elettronico che porta alla caviglia destra. Il processo sta per arrivare alle fasi conclusive e gli avvocati sono pronti ad affilare le armi per difendere le proprie tesi. Le prove contro Lisa sono schiaccianti, inesorabili quasi, ma è proprio durante il dibattimento finale che scopriremo quanto è successo e proveremo a capire - noi come gli stessi genitori di Lisa - chi sia la ragazza. Meglio, chi siano i nostri figli.

La Fille au bracelet è un bel dramma giudiziario che mette sotto processo non solo una giovane accusata di omicidio, ma un’intera generazione la cui colpa principale è quella di essere stata defraudata dei propri sogni. E allora il processo non è solo ai sedicenni di oggi, ma ai genitori di questi ragazzi incapaci sia di costruire un mondo dove poter far vivere i propri figli, sia comprendere l’enormità delle proprie responsabilità. E in un mondo come questo, nessuno allora può dirsi di essere veramente innocente.

Stéphane Demoustier, al suo terzo lungometraggio e da sempre attento alle tematiche giovanili, è bravo a costruire un film sulla tensione delle parole, più che su quella dei fatti. E, anche se il film non ha tra i suoi pregi quello dell’originalità, l’idea del gesto finale di Lisa - geniale nella sua semplicità e nella capacità di sintetizzare un intero dibattito sulle responsabilità generazionali = nobiltà ancora di più un film di ottima fattura.

 

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